Libbiano-Micciano

Micciano e Libbiano

LIBBIANO

La sua antica storia è legata a un castello per il possesso del quale ci furono scambi di terra, scontri di famiglie. È un paesino di circa 60 abitanti, oggi frazione di Pomarance, dopo essere stato possedimento volterrano dei vari vescovi succedutisi nella città etrusca e per lungo tempo feudo dei Cavalcanti, che si erano impossessati del piccolo borgo prima del 1200.
Accanto ad alcune belle chiese, fra case risistemate e ben restaurate, ci sono a Libbiano 2 campane risalenti al 1300. Sono fra le cose più antiche del posto.
Da qualsiasi parte si guardi, in qualsiasi angolo, ci si sente e ci si trova immersi nel verde, un verde particolare: è quello degli alberi vecchi e nuovi di Monterufoli, uno dei boschi più belli della Toscana, che divide le terre pomarancine dal mare. Una strada ci porta alla Sassa, un’altra a Massa Marittima. E in quella direzione si  incontra il castello di Monterufoli, una bellisssima villa detta delle “cento stanze”. Apparteneva un tempo ai Maffei, antica e nobile famiglia volterrana. Fin dal 1200, Monterufoli era passato ai vescovi volterrani, che, come si sa, dominavano tutta la regione, e ancora oggi viene ricordato il potente Ildebrando Pannocchieschi. A metà del 1600 soggiornò in villa il pittore Salvator Rosa che affrescò soffitti e pareti di molte stanze. La bandita di Monterufoli è abitata oggi da animali in libertà. Fra cinghiali, istrici, volpi, donnole, mufloni, caprioli e daini, ci si incontra spesso con meravigliosi esemplari di “Monterufolini”, cavalli preziosi e ben protetti. È una razza nata grazie ai conti Guidi nel 1600 e incrementata negli ultimi anni dalla comunità montana dell’alta Val di Cecina. Meravigliosa anche la flora di Monterufoli: cerri, lecci, corbezzoli, sughere e poi ginepri, mirti, ginestre, olmi, querce, ornelli, dai quali si raccoglieva, attraverso incisioni praticate nella corteccia, la “manna”, sostanza rinfrescante, depurativa, lassativa. Ma indimenticabili, affascinanti a primavera le fioriture di orchidee di vari colori!. Quasi assimilabili, per bellezza, alle pietre preziose o meglio a quel gruppo di quarzi microcristallini, fra i quali i famosi e ricercati “calcedoni” (agata, corniola). E qui, nelle colline di Monterufoli, c’è anche tanto rame. Queste colline fanno parte delle Colline Metallifere toscane che racchiudono ricchezze notevoli, sfruttate già nel 1500 dal Granduca Ferdinando I. Sfruttamento che si protrasse fino all’800, sotto la direzione dall’opificio delle pietre dure di Firenze.
Tutto questo straordinario patrimonio sta nella piccola frazione di Libbiano…
dal libro “DESTINAZIONE POMARANCE”Piera Rolandi 2008

MICCIANO

Il borgo sembra essere “l’ultimo paese prima del cielo”, così è il titolo del libro, unico, che lo descrive. Edificato su un monte, ai piedi del Cassero, a più di 470 metri dal livello del mare, fra le valli della Trossa e del Cecina. Dalle mura di Micciano si vede Volterra di fronte e a sinistra il mare fino alla Gorgona. Le sue origini sono romane. Il suo fondatore si dice essere stato un legionario, Mitius, al quale Cesare donò quel territorio nel 59 a.C. Prima del 1000 il vescovo di Volterra permutò con altra terra quella Pieve di San Giovanni intorno alla quale era il sito di Micciano. Non si scriveva ancora di castello. Le prime notizie infatti risalgono attorno al 1100 e al vescovo Ildebrando Pannocchieschi. Nelle lotte del 1200 tra potere civile e potere ecclesiastico, i miccianesi si schierarono con il comune di Volterra e la proprietà del castello passò nelle mani della famiglia volterrana dei Cavalcanti. Con il sacco del 1472 anche Micciano, come tutti i borghi della zona, entrò nel Vicariato della Val di Cecina sotto la giurisdizione di Pomarance. Il ‘600 e il ‘700 sono periodi di frequenti, gravi crisi economiche e conseguentemente demografiche: pestilenze, carestie e impoverimento delle campagne, causato non da ultimo dal  dissesto finanziario e dall’esoso apparato fiscale degli ultimi Medici.
Nel 1700, respinto l’assalto dei conti Guidi, per ottenere il feudo perpetuo di tutti i territori delle vallate del Cecina e della Trossa, il Granduca Leopoldo modificò la struttura amministrativa del Vicariato dando origine alla nuova Comunità di Pomarance. Così anche Micciano potè approfittare dei benefici di un più libero mercato. Nel 1846, un forte terremoto danneggiò il territorio da Volterra a Pisa e quindi anche Micciano, che fu restaurato, ricostruito e diventò come ci appare oggi…
…All’origine dell’agglomerato miccianese, la Pieve di San Giovanni, detta oggi “chiesa della campagna”. In stile romanico, rimane poco della sua forma originaria. Molto più ampia nel 1000, nel 1500 fu “scoperchiata e diruta”, ma non perse mai le sue prerogative di culto, soprattutto nel giorno di festa dell’Ascensione, ancora oggi la più importante dell’anno.
In alto, sopra il borgo, arroccata sul cassero, è la chiesa di San Michele Arcangelo, a una sola navata, fatta risalire al XIII secolo. A destra dell’altar maggiore, un prezioso tabernacolo di marmo del 1400.
In passato, la dura vita dei miccianesi fu  caratterizzata da lavori difficili e faticosi, anche rischiosi. Sono da ricordare i minatori che estraevano rame, ferro, zolfo, pietre dure come le “corniole”, i calcedoni, i quarzi, le dolomiti. I tagliatori di alberi, i carbonai. Poi naturalmente i cacciatori. E la caccia, fin dai tempi più antichi, fu un lavoro che favoriva l’aggregazione, la socializzazione. Ancora oggi è considerata un “mito” soprattutto quella al cinghiale. I miccianesi dei nostri tempi, dediti per la maggior parte all’agricoltura, hanno “inventato” un nuovo lavoro che sta dando i suoi frutti: l’agriturismo. Arrivano in tanti a Micciano, soprattutto stranieri, accolti dai abitanti sorridenti. Vengono a godere delle bellezze di un paesaggio incontaminato e a respirare un’aria pulita.
Se ne vanno via sempre contenti e spesso, molto spesso, ci ritornano!
dal libro “DESTINAZIONE POMARANCE”Piera Rolandi 2008